E’ morto lunedì 5 luglio al Cairo Nasr Hamid Abu Zaid, intellettuale che, attraverso la sua opera, è presumibilmente destinato ad esercitare ancora un ruolo attivo e influente sul futuro e l’evoluzione dell’Islam.
La sua ermeneutica del Corano, umanistica e democratica, gli era valsa l’accusa di apostasia, che, da musulmano credente, aveva accolto come una profonda offesa. La “legge della vergogna”, promulgata nel 1978 dal regime di Sādāt e che arrivava a prevedere la perdita dei diritti politici per i non credenti, l’aveva inoltre costretto ad un divorzio d’ufficio dalla moglie, sancendo l’illiceità del matrimonio tra un apostata e una donna di fede musulmana. La conseguente scelta dell’esilio, per non fare ricadere sulla moglie l’accusa di concubinaggio, aveva portato la coppia a trasferirsi in Olanda, dove Abu Zayd ha continuato i suoi studi e insegnato come visiting professor, fino all’assegnazione di una cattedra presso l’Università di Utrecht nel 2004.
La sua interpretazione del Corano pone l’accento sull’esigenza di una contestualizzazione del testo sacro, che in quanto “Parola di Dio rivelata al profeta Muhammad, in pura lingua araba ( ʿarab mubīn ), nell’arco di 23 anni” è legato indissolubilmente alla lingua, al momento storico e alla realtà socio-culturale in cui nasce. Occorre, inoltre, tener conto delle modifiche subite dal testo, come avvenuto durante il processo di canonizzazione e attraverso il riordinamento dei versetti, che l’hanno portato ad esistere nella sua forma attuale. Capire i risvolti pratici di ciò può essere fondamentale per una nuova ermeneutica.
di Tania Morra
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